ATREYU

 

Ritorno a Casa

Era una giornata perfetta: niente vento, non troppo caldo, cielo azzurro e sole intenso.
Camminava da quasi due ore, ormai, nel fitto del bosco, per quel sentiero impervio ma ben curato, nel sottobosco di  felci e rododendri, con un passo costante.
Era partito presto, quella mattina: lasciata l’auto alle prime baite, si era subito reso conto che il sentiero che aveva imboccato non era quello da lui adocchiato sulla carta topografica, era un sentiero nuovo, ben segnato, che tagliava il fianco della montagna e si inerpicava nel bosco. All’inizio era rimasto incerto, ma poi si era reso conto che portava verso la vetta piu’ velocemente di quello previsto, e quindi si rassereno’ altrettanto  velocemente; piu’ saliva in fretta, piu’ i suoi pensieri si accumulavano: gli succedeva sempre, in montagna, di moltiplicare i propri pensieri, di trovarsi a far fronte a centinaia di immagini e di concetti,vecchi e nuovi, i vecchi di solito con una nuova prospettiva, ed i nuovi, nuovi; la cosa che piu’ lo stupiva pero’, e succedeva tutte le volte, e lui puntualmente tutte le volte si stupiva, era il rendersi conto che, nonostante i pensieri e le immagini fossero centuplicati rispetto al solito, in montagna assumevano un ordine automatico, non producevano il solito caos; le immagini di solito confuse diventavano nitide, si instradavano in una inspiegabilmente anomala armonia, si susseguivano lungo una naturale e logica sequenza, che le rendeva comprensibili e straordinariamente piene di significato; i pensieri di solito velocissimi ed inafferrabili rallentavano per farsi capire, e svelavano, pian piano, tutti i loro retroscena.
Affascinato come sempre da questo processo, arrivo’ quasi senza accorgersene al limite del bosco, dove gli alberi ad alto fusto sparivano e lasciavano il posto a cespugli , rocce ed  erba: fu proprio alzando lo sguardo verso la cresta del monte, ora ben visibile, che tra il verde dilagante scorse in lontananza, almeno 200 metri sopra di lui, una piccola macchia gialla; capi’  immediatamente che si trattava del cartello posto all’incrocio del suo sentiero ascendente con quello della cresta, e vi si diresse con passo svelto.
Man mano che si avvicinava al cartello, ora sempre piu’ visibile, si rese conto della  crescente ansia con cui divorava la distanza: chiara, nella sua mente,  era la possibilita’ che sul quel cartello ci fosse un messaggio personale, scritto proprio per lui, tipo: “Finalmente, era ora che arrivassi. Ti stavamo aspettando, segui la freccia e sarai finalmente a casa”.
La parte razionale della sua mente gli dava dell’imbecille, lo trattava come lo scemo del villaggio che, non credendo alla realta’, si rifugia nelle favole; la parte creativa invece incoraggiava questo pensiero, e ci fu un momento in cui realizzo’ che tutte le volte in cui in montagna scorgeva da lontano cartelli indicatori, c’era una parte di lui che romanticamente si aspettava una cosa del genere, piu’ della meta’ delle sue cellule cominciava ad alzare la soglia di vibrazione, ad attivare quei processi di connessione che conoscevano bene, a trascinarlo in un vortice di condivisione energetica con l’universo intorno. Si’, tutte le volte che con fatica si avvicinava a qualcosa, si aspettava che alla cima della salita ci fosse l’Arrivo, il momento in cui tutte le cose incomprensibili ti vengono svelate, in cui Qualcuno ti da’ una pacca sulla spalla e ti dice: “Bravo, hai fatto un buon lavoro. Vieni, ora riposati che fra poco ricominci con un’altra missione…” .
In effetti, non era mai successo niente del genere: sui cartelli erano sempre indicati i sentieri, con i tempi di percorrenza, ma mai, nemmeno una volta si era sentito deluso ed aveva abbandonato l’idea: semplicemente, pensava, non era il momento giusto per trovare il cartello giusto, sara’ per un’altra volta…
Col fiatone arrivo’ al cartello e si stupi’ , ancora una volta, di leggerci le solite cose: a destra c’erano ancora due ore per la cima, a sinistra quasi tre ore per il paese piu’ vicino.” Ok – penso’-  trovero’ un altro cartello piu’ in la’, intanto andiamo verso la vetta..”
Continuo’  a camminare, salendo la cresta. Ogni tanto dava un’occhiata sulla sinistra, dove finiva la montagna, perche’ avrebbe anche potuto scorgere la’ , vicino all’orizzonte, un segnale rivelatore di quel Qualcosa che, lui ne era certo, era li’ pronto per essere afferrato: un’astronave, un nuovo sole, un animale parlante, insomma una qualsiasi cosa inusuale che avrebbe dato un senso ed una conferma a tutte le sue teorie; perche’ ne aveva parecchie, lui, di teorie.
Sulla vita , sulla morte, sull’amore… gia’, l’amore, quell’unica grande meraviglia che lui, come tutti gli altri, suddivideva in amori, affetti, amicizie, passioni, sesso, etc.Ed ad ogni categoria veniva dato un punteggio, un’importanza, un valore. E cosi’ ci si convinceva che l’amore, per essere vero, deve presupporre anche il sesso, o che le passioni debbano per forza svilupparsi in presenza dell’amore, quello fisico; o che l’amicizia sia un amore di serie B.  Tutte stupidate, adesso lo capiva. Amare e’ sempre straordinario, indipendentemente da quello che si riceve. Che errore focalizzarsi su tutte le sfumature, perdendo di vista il centro del colore!!
A proposito di colore, penso’, ecco un’altra macchia gialla laggiu’, vicino alla cima.
Arrivo’ al cartello gustandosi il panorama, ormai immenso e grandioso: ad ogni passo si scorgevano nuove montagne, nuove vallate, sempre sotto il cielo amichevolmente azzurro. Solo un attimo prima di alzare gli occhi verso il cartello ormai ad un passo, si rese conto del silenzio irreale che c’era attorno: niente cinguettii, niente versi d’animale, niente campanacci di mucche in lontananza, non c’era piu’ nemmeno un filo di vento, tutto era improvvisamente immobile e silenzioso, quasi fosse in attesa.
Guardo’ il cartello: non vi trovo’ nomi di luoghi e tempi di cammino, non questa volta. C’era scritto solo, in grande , il suo nome. Il cuore comincio’ a battere rapidamente, volse piu’ volte lo sguardo intorno, anche verso l’alto, ma non c’era nulla, solo la montagna, ed il cartello, ed il silenzio.
Stette a rimirare il cartello per un po’, c’era proprio il suo nome, sopra, il suo nome. Mentre ancora stentava a credere ai suoi occhi, si rese conto che la freccia indicava una piccola spalla del monte, proprio sotto la vetta, dove si intravedevano un albero ed un cartello! Si diresse a passo svelto in  quella direzione, ed alla fine di un’esile traccia tra i sassi arrivo’ quasi correndo a fianco dell’albero, a cui si aggrappo’ per fermarsi di colpo: era sull’orlo del dirupo, proprio sotto di lui almeno mille metri di roccia scendevano vertiginosamente verso una valle boscosa , dove si intravedevano un torrente e radure verdeggianti.
Estasiato da quel panorama si dimentico’ per un attimo di tutto, e respiro’ a pieni polmoni, cercando di immagazzinare l’energia di quel paesaggio; poi si ricordo’ del silenzio , innaturale, ed il silenzio gli rammento’ il cartello, ed il suo respiro divenne affannoso mentre volgeva lentamente lo sguardo per posarvi gli occhi: era piccolo come gli altri, ma le lettere erano luminose e pareva che aspettassero il suo sguardo per scorrere, come nei tabelloni pubblicitari.
C’era il suo nome che lampeggiava, con ritmo costante. Non riusciva a staccare gli occhi dal suo nome che sembrava pulsasse, su quello che non era piu’ un cartello ma uno schermo luminoso, con una cornice bianca. Nel silenzio piu’ totale senti’ la sua voce dire: “ Sono qui, sono io”.
Il suo nome scomparve, e cominciarono a scorrere le immagini della sua vita, tutti gli accadimenti piu’ importanti , visti dal suo punto di vista e nello stesso tempo anche dal punto di vista degli altri coinvolti. Si rivide bambino e ragazzo, ragazzo e poi uomo, rivide tutte le  salite in montagna ed i suoi pensieri che si chiarivano, rivide tutte le emozioni vissute e le sensazioni provate, rivide tutti i momenti della sua vita in cui aveva provato e profuso amore. Con le lacrime di commozione che gli rigavano il viso, rivisse tutta la sua vita in pochi attimi, dal profondo. Lo schermo si spense, e sul cartello comparvero una freccia che indicava il precipizio, e  queste parole: “ Bentornato  a casa, figlio mio. Vieni, e’ tempo di riposare”.
Appoggio’ lo zaino all’albero, e comincio’ a camminare, nel vuoto.

 

Atreyu