ATREYU

 

 

IL GRACCHIO ALPINO

Una mattina d’inverno un uccello nero, di media misura, si ritrova saltellante in un giardino di città: uno strano predatore lo insegue, aggressivo. Il gracchio alpino tiene aperte le ali senza riuscire a spiccare il volo: un’ala è penzoloni e l’uccello riesce soltanto ad avanzare a balzi sul terreno per tenere le distanze dal grosso gatto striato che lo insegue.Li incontro così quella mattina, intenta a fare pulizie nella mia casa: esco sul balcone a sbattere dei tappeti e quella strana coppia attira la mia attenzione.Non ho nemmeno il tempo di pensare, che già mi ritrovo a inseguire a mia volta il gattone della mia vicina e ad allontanarlo in malo modo.

Ritorno poi sui miei passi per osservare a debite distanze l’infortunato, che, imperterrito, continua a saltellare nel mio giardino. Un inaspettato senso di angoscia m’invade: "il mio intervento provvidenziale non serve a nulla – penso – perché il destino di un uccello con un’ala spezzata è segnato". Pensieri contrastanti si affollano nella mente senza darmi pace: "l’apparente fortunata coincidenza del mio essere presente non ha valore… la vita è crudele e non guarda in faccia a nessuno, i suoi piani non possono essere cambiati". Ma il mio istinto di protezione è forte e mi spinge a cercare una possibile soluzione:"ecco, sì…adesso telefono ad un veterinario!"Ma il veterinario non mi aiuta: "Non posso intervenire, potrebbe cercare di prendere l’uccello e portarlo fino a Castelletto Ticino, dove credo ci sia un Centro Recupero Rapaci". Non so se me la sento. "Oppure può provare a telefonare alla Forestale!" "Bene ! Non ci avevo pensato lo faccio subito". La foga è tale che non riesco a trovare il numero sull’elenco, ma non mi fermo, telefono in Municipio per farmi dare il numero: ecco, ora lo chiamo, non risponde nessuno: è sabato mattina ! La voce della segreteria mi dà altri numeri : "utili in caso d’urgenza". Rimango per un attimo in dubbio, è un’urgenza la vita di un semplice uccello? Sì, mi rispondo. Continuo la ricerca, mentre osservo dalla finestra i vani tentativi della povera bestiola: salta, instancabile, su gradini e sporgenze varie per poter prendere slancio, ma ogni tentativo di volo termina con ricadute. Ad ogni insuccesso mi sussulta dentro la voglia di fare presto per intervenire in suo aiuto, prima che il suo cervello si arrenda davanti all’evidenza.

"Corpo Forestale sezione di Torino……" mi risponde una voce dall’altro capo del filo. Sento la mia voce andar oltre la mia delusione e domandare "Cosa devo fare per parlare con qualcuno di più vicino?" "Ma è sabato! non trova nessuno! Però se è un’urgenza….." Di nuovo quel dubbio nella mente scettica, lo scaccio e spiego l’accaduto con flebile fiducia, ingigantendo la faccenda e le proporzioni dell’animale interessato : ".. è un grosso uccello…." mi sento dire. " Le cerco il numero di Verbania…" Il mio coraggio si fa più forte. Ricevo una sfilza di numeri telefonici e un saluto solidale. Ringrazio, la voce è normale, ma dentro me la gioia è esultante.

Guardo dalla finestra, ma … oh, no! non lo vedo più…… Esco, lo cerco preoccupata …, eccolo là, per fortuna accoccolato sul piolo più alto di una scala di legno appoggiata al muro; spero non si lanci dall’altra parte del muro; sarebbe davvero la fine: Buck, il cane dei vicini, non lo risparmierebbe. Velocizzo i miei gesti, corro in casa, mi attacco al telefono, e chiamo in fretta il primo numero… nulla; provo con il secondo… ancora niente. Ho un’ultima possibilità, un numero di cellulare… squilla a lungo prima che qualcuno risponda. Spiego di nuovo gentilmente la mia storia … "Mi dia i dati.", mi chiede l’uomo al telefono. Quali dati? Quelli dell’uccello? penso, "i suoi dati personali: nome cognome, indirizzo…". Rispondo felice, con precisione. "Le mando qualcuno" "Allora vi aspetto!? Grazie !!"

Torno dal mio protetto e lo osservo attentamente, ora immobile nel punto più alto raggiungibile. Mi sorprendo a pensare e chiedermi: chissà cosa attende…? avrà capito di essere spacciato? Si è arreso? o aspetta di recuperare le forze per ritentare? Nel suo battersi per la sopravvivenza c’è tutta la forza della natura che non si arresta e non si scoraggia: quello è il suo compito e lo porta avanti fino in fondo. Il piccolo indifeso non sa quanto io sto lavorando per lui, per la sua salvezza, eppure c’è in me un senso di solidarietà e gratuità che non so da dove vengano, ma che sento fortissimi, specie ora che hanno incontrato altri aiuti, che c’è una catena di solidarietà che si sta muovendo all’insaputa dell’interessato. Questi pensieri mi aprono dentro all’intuizione di qualcosa di trascendente e alla sua vastità; la commozione che li accompagna e mi pervade è il segnale del suo valore, ma è anche un ostacolo, a livello sensibile, alla comprensione delle sue dimensioni e delle sue verità ……….

Riprendo i mestieri di casa con l’udito in allerta per non rischiare, nel frastuono dell’aspirapolvere, di non sentire il campanello. Mentre guardo in giardino vedo arrivare Dani in bici, le vado incontro, le apro il cancello e le rovescio tutto il mio entusiasmo per l’accaduto. Mentre le parlo sento crescere in me la stessa commozione provata prima, durante le mie riflessioni sulla vita. Non riesco a soffocarla, anche perché con lei non temo di mostrare le mie fragilità, so che saprà accoglierla.Di nuovo provo la sensazione di percepire qualcosa di vasto che si nasconde dietro al pianto, ma è quasi timore di vedere di più e ..timore di non essere pronta o forse di esserlo talmente da troppo tempo che lo stupore e la gioia mi impediscono di lasciarmi andare.

Il pianto a dirotto ha spezzato gli argini: la vita non è crudele, è ricca, è piena di possibilità, e sa proteggere i suoi esseri viventi, sa muovere forze inattese e di potenzialità insospettate.

Ritorna in me la fiducia… No, forse mi sbaglio, non è proprio fiducia, è FEDE nella BENEVOLENZA della VITA, è un riconoscere un qualcosa di superiore agli eventi contingenti della quotidianità, è un qualcosa di vasto e potente, più forte a volte della mia paura e del mio cinismo... Da quanto tempo sto aspettando che ritorni in me la fede in Dio…E forse proprio Lui, questa mattina, ha scelto di far cadere l’uccello ferito nel mio giardino: e non sono io ad essere la coincidenza fortuita per il suo salvataggio, ma lo è lui per me. Forse è sempre così che avviene nella vita, ci si salva a vicenda senza saperlo.

Sulla tarda mattinata suona il campanello: c’è un giovane uomo, munito di radiotrasmittente, che attende dietro il cancello. Gli ultimi residui di scetticismo sul suo arrivo sono già un ricordo, lo faccio entrare e gli mostro da lontano l’uccello sul muro della mia recinzione. Penso alla descrizione che avevo fatto alla guardia forestale di Torino: e mi accorgo che forse avevo un po’ esagerato nel definirlo "un grosso uccello nero…."! Ma ormai non importa, ormai è qui e con facilità prende la bestiola che ancora tentava di fuggire saltellando: la ripone in una scatola di cartone, "Che uccello è?" gli domando, finalmente sollevata. "E’ un GRACCHIO ALPINO. Ora lo porto al centro di recupero di Verbania".

Lo ringrazio riconoscente e ritorno, rappacificata, alle mie faccende.

Sono passati ormai giorni da quel episodio, più volte mi sono ritrovata a pensare al gracchio alpino, con anche la curiosità di sapere le sue attuali sorti, ma non ho mai telefonato a Verbania, forse è paura di ricevere brutte notizie o invece è fiducia e capacità di lasciare andare ognuno per la propria vita e quindi riconoscere i limiti delle mie responsabilità ed anche vivere la mia FIDUCIA NELLA VITA.

                                                            inviato da Anna - grazie